Nell’anniversario della morte di Benedetto XVI (1927-2022) molti ci chiedono un’opinione su questo rilevante personaggio della nostra contemporaneità. Con massima umiltà esprimo un parere personale, frutto della mia vicinanza spirituale a Benedetto XVI come uomo di fede, che non rispecchia – com’è ovvio – la visione di tutti i fedeli della Chiesa Gallicana di Sicilia. ++ Luigi.
Benedetto XVI è stato un sant’uomo e un peritissimo teologo. Il suo unico difetto, col tempo incancrenitosi fino ad assumere proporzioni ineludibili, fu l’essere stato sempre e indissolubilmente un figlio del suo tempo. Rimase per tutta la vita un uomo educato alla maniera ottocentesca, che aveva conosciuto una Chiesa severa e imperturbabile nella sua ostentata maternità, con una teologia fatta di solidi ragionamenti scolastici e una selva di stringenti regole morali.
Joseph Ratzinger entrò in seminario a 12 anni. Suo fratello Georg aveva fatto la stessa scelta, e così uno zio, divenuto poi sacerdote. Quale che sia la causa di questo eccesso di vocazioni, certamente maturate in un contesto tutt’altro che pluralista (se non apertamente fondamentalista, come poteva esserlo l’entroterra contadino bavarese tra le due guerre), è evidente che il giovane Benedetto XVI considerasse la Chiesa Romana parte integrante della sua famiglia, e vi fosse affezionato come ad una persona cara.
Questo sentimento anima tutta la sua teologia, e non tiene conto di un’evidenza storica: la Chiesa è il mezzo sacramentale con cui Cristo opera nella Storia, ma non è essa stessa Cristo. Anche quando affermiamo, con la Tradizione, che essa è «corpo mistico», non intendiamo che il piano umano e quello divino vengano effettivamente a coincidere. La Chiesa è pervasa dallo Spirito di Dio, ma è fatta da uomini, e con gli uomini può mutare, può commettere efferatezze e può errare, come di fatto ha errato ed erra a tutt’oggi. Del resto, senza che qui si possa approfondire, vediamo lo stesso con altre espressioni dello Spirito: anche gli autori sacri sono «ispirati», ma tutti, almeno nella parte sana Chiesa moderna, sono perfettamente coscienti che costoro hanno apportato il contenuto delle proprie esperienze, della propria cultura, e della propria contingenza storica. Neanche la Scrittura, insomma, esiste fuori dal tempo.
Nonostante certe vaghe aperture alla modernità, il pensiero di Benedetto XVI rimase incentrato sull’idea che la Chiesa fosse sempre «alius et idem», perfetta, non soggetta a mutamento come non può cambiare l’amore di una madre per i figli. Non è affatto errato collocare questa visione entro il più preciso concetto di «infallibilità» concepito dalla dottrina cattolica a partire dal Concilio Vaticano I, ed avversato dal movimento Vetero-cattolico: Benedetto XVI credeva in una Chiesa complessivamente infallibile, metastorica e quindi eterna.
In questa logica rientra anche lo schizofrenico rapporto di Benedetto XVI col Concilio Vaticano II, cui partecipò attivamente, e ancor più l’assurdo compromesso tra la liturgia «tridentina» e quella del Novus Ordo Missæ, giunto fino alla fugace riabilitazione del vecchio rito: lungi dal rappresentare un’espressione di misericordia nei confronti dei cosiddetti «tradizionalisti», questi continui colpi al cerchio ed alla botte derivano dall’incapacità di percepire il Concilio come un momento di mutamento, che ha effettivamente cambiato la Chiesa Romana (significativamente, il Sant’Uffizio sotto Benedetto XVI sostenne l’esatto opposto). Benedicendo l’uso della vecchia liturgia, baluardo del tradizionalismo, Benedetto XVI sosteneva pubblicamente l’insostenibile, ossia che la Chiesa del XXI secolo fosse la stessa del XVI. Si può affermare, in questo caso, che la deriva modernista del Vaticano II abbia gettato la maschera col pontificato di Francesco, che si pone in totale antitesi con una tradizione difesa solo a parole, che ormai non si sa più cosa sia e, forse, non è nient’altro che una generica consuetudine plasmabile a piacimento.
Sulla stessa linea di pensiero devono collocarsi le scelte disciplinari del defunto Pontefice. L’avversione per gli omosessuali, sempre affiancata da un’atteggiamento indubbiamente paterno e mai apertamente ostile, culminata con la loro sostanziale esclusione dal sacerdozio ministeriale, misura mai presa, nella Storia, da nessun Pontefice, appare come un tentativo di «purificare» la Chiesa da soggetti che, nell’immaginario di un uomo del 1927, potevano essere portatori di un modo inconsueto di vivere la sessualità e gli affetti, tosto contrapposto – con forzature anche piuttosto evidenti – al modello bucolico della famiglia «tradizionale». La risposta della Chiesa di Benedetto XVI ai problemi di un’umanità fortemente mutata a cavallo tra i due millenni fu, insomma, una negazione dei problemi stessi, con la semplice affermazione di un punto di vista totalmente desueto, sulla base dell’assunto che «come è stato, così deve essere».
Sulla base di alcuni tardivi tentativi di razionalizzazione operati da lui stesso, questa politica di Benedetto XVI è stata ribattezzata «ermeneutica della continuità», con ciò intendendo che gli insegnamenti conciliari, additati dentro e fuori la Chiesa come materia di contrasto tra «tradizionalismo» e «modernità» ecclesiale, dovessero essere sempre interpretati in continuità con la Tradizione della Chiesa preconciliare. La dottrina era di nobili intenti, ma in concreto non riuscì a produrre nulla di buono o di stabile: i tradizionalisti rimasero allergici alle novità, e i novatori continuarono ad ignorare la tradizione; una politica fatta per conciliare l’inconciliabile si risolse in un patetico cerchiobottismo privo di una chiara direzione, perché lo stesso Pontefice appariva ora tradizionalista e ora modernista, a seconda degli umori dell’osservatore.
Si trattava, soprattutto, di una teoria che non riusciva ad arginare i moti trasversali esistenti nella Chiesa di questo millennio, che sono arroccati su posizioni estremiste: in questo modo Benedetto XVI si ritrovò da un lato a tendere una mano conciliante ai lefebvriani ed alla galassia tradizionalista sempre più intransigente (e dai riti sempre più baroccheggianti), e dall’altro a benedire realtà ecclesiali, come il Movimento Neocatecumenale, in cui si assiste ad un metodico disprezzo della liturgia, e circolano concezioni ecclesiologiche e teologiche anche molto distanti dall’ortodossia romana.
Chi scrive rimase molto affascinato dalla figura di Benedetto XVI e credette, per un lungo periodo della propria giovinezza, che l’«ermeneutica della continuità» potesse essere in effetti una risposta alle tensioni del Cattolicesimo moderno. Con la clamorosa rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, e con l’ascesa di Francesco, personaggio di qualità incomparabilmente più bassa rispetto al predecessore, è stato chiaro che quelle speranze fossero largamente mal riposte.
Benedetto XVI non ha fallito per una resistenza interna, ma perché i suoi assunti erano errati. È evidente che il mondo moderno è portatore di strutture incompatibili con il modello di vita tradizionalmente definito «cattolico», il quale si rivela, agli occhi di un mondo globalizzato, solo come una delle tante declinazioni storico-culturali del Cristianesimo. Cristianesimo che, se abbiamo fede in Cristo vero Dio e vero uomo, deve esistere al di là dell’incarnazione storica propria dell’Europa del secondo millennio. Còmpito della Chiesa è quello di condurre gli uomini del presente nella direzione della salvezza, senza cedere all’idea di farli diventare «cattolici» nel modo di ragionare.
Per questa ragione chi vi parla non ha trovato posto nè nella «resistenza» tradizionalista, nè nel nuovo corso di Francesco, il quale si comporta come un antipapa più interessato alla liquidazione della Chiesa Romana che alla diffusione della Fede di Cristo. La soluzione che mi ha indicato lo Spirito è stata quella di salvaguardare le forme esteriori del culto (lex orandi) e di guardare al futuro quanto ai contenuti della teologia (lex credendi). Questa è la via vetero-cattolica già da molto tempo; questa via è, ne sono sicuro, anche quella che Benedetto XVI, se rinascesse oggi, seguirebbe.
Non perché sia la migliore in assoluto, ma perché è il meglio che il nostro tempo ci offre. E dobbiamo dire grazie a Benedetto XVI se, col suo spirito guerriero, ha provato a salvare quel poco di buono che era rimasto nella Chiesa Romana.
✠ Aloysius Episcopus.

